Claudio Landi

Ma che cosa possiamo farcene della nostra finezza e della nostra cultura?

In Claudio's Version on 7 febbraio 2010 at 11:48

” [...] I figli che ci circondano, specialmente i più giovani, gli adolescenti,sono quasi tutti dei mostri.
Il loro aspetto fisico è quasi terrorizzante, e quando non terrorizzante, è fastidiosamente infelice. Orribili pelami, capigliature caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di qualche iniziazione barbarica, squallidamente barbarica.
Oppure,sono maschere di una integrazione diligente e incosciente,che non fa pietà. Dopo aver elevato verso i padri barriere tendenti a relegare i padri nel ghetto,si sono trovati essi stessi chiusi nel ghetto opposto. Nei casi migliori, essi stanno aggrappati ai fili spinati di quel ghetto, guardando verso noi, tuttavia uomini, come disperati mendicanti, che chiedono qualcosa solo con lo sguardo,perché non hanno coraggio,né forse capacità di parlare.
Nei casi né migliori né peggiori (sono milioni) essi non hanno espressione alcuna:sono l’ambiguità fatta carne.
I loro occhi sfuggono,il loro pensiero è perpetuamente altrove,hanno troppo rispetto o troppo disprezzo insieme, troppa pazienza o troppa impazienza. Hanno imparato qualcosa di più in confronto ai loro coetanei di dieci o venti anni prima,ma non abbastanza.
L’integrazione non è più un problema morale, la rivolta si è codificata. Nei casi peggiori, sono dei veri e propri criminali. Quanti sono questi criminali? In realtà, potrebbero esserlo quasi tutti. Non c’è gruppo di ragazzi, incontrato per strada, che non potrebbe essere un gruppo di criminali. Essi non hanno nessuna luce nei loro occhi: i lineamenti sono lineamenti contraffatti di automi, senza che niente di personale li caratterizzi da dentro.
La stereotipia li rende infidi. Il loro silenzio può precedere una trepida domanda d’aiuto (che aiuto?) o può precedere una coltellata. Essi non hanno più la padronanza dei loro atti,si direbbe dei loro muscoli.
Non sanno bene qual è la distanza tra causa ed effetto.
Sono regrediti - sotto l’aspetto esteriore di una maggiore educazione scolastica e di una migliorata condizione di vita – a una rozzezza primitiva. Se da una parte parlano meglio, ossia hanno assimilato il degradante italiano medio – dall’altra sono quasi afasici: parlano vecchi dialetti incomprensibili, o addirittura tacciono, lanciando ogni tanto urli gutturali e interiezioni tutte di carattere osceno. Non sanno sorridere o ridere. Sanno solo ghignare o sghignazzare. In questa enorme massa (tipica,soprattutto,ancora una volta!,dell’inerme Centro-Sud) ci sono delle élites, a cui naturalmente appartengono i figli dei miei lettori. Ma questi miei lettori non vorranno sostenere che i loro figli sono dei ragazzi felici (disinibiti o indipendenti, come credono e ripetono certi giornalisti imbecilli, comportandosi come inviati fascisti in un lager).
La falsa tolleranza ha reso significative, in mezzo alla massa dei maschi, anche le ragazze. Esse sono in genere, personalmente, migliori: vivono infatti un momento di tensione, di liberazione, di conquista (anche se in modo illusorio). Ma nel quadro generale la loro funzione finisce con l’essere regressiva. Una libertà «regalata», infatti, non può vincere in esse,naturalmente,le secolari abitudini della codificazione.

Certo:i gruppi di giovani colti (del resto assai più numerosi di un tempo) sono adorabili perché strazianti. Essi, a causa di circostanze che per le grandi masse sono finora solo negative, e atrocemente negative, sono più avanzati, sottili, informati, dei gruppi analoghi di dieci o vent’anni fa. Ma che cosa possono farsene della loro finezza e della loro cultura?
Dunque, i figli che noi vediamo intorno a noi sono figli «puniti»: «puniti», intanto, dalla loro infelicità, e poi, in futuro, chissà da che cosa, da quali ecatombi (questo è il nostro sentimento, insopprimibile).
Ma sono figli «puniti» per le nostre colpe,cioè per le colpe dei padri.
È giusto?
Era questa, in realtà, per un lettore moderno,la domanda,senza risposta,del motivo dominante del teatro greco.
Ebbene sì,è giusto. [...]“
da: P. P. Pasolini, Lettere Luterane 1975

L’uomo politico tra ribalta e retroscena

In Claudio's Version on 4 febbraio 2010 at 19:53

Utilizzando il lessico sociologico introdotto da Erving Goffman (1922-1982), sociologo canadese della “vita quotidiana”, ed autore del celebre saggio “The presentation of self in everyday life”, suddividiamo i vari territori, nei quali inevitabilmente agiamo in Ribalta e Retroscena.
Goffman utilizza la metafora della rappresentazione teatrale per spiegare la vita quotidiana e le rappresentazioni dei singoli attori al cospetto del pubblico.
In breve: la ribalta,o palcoscenico, è il luogo dove si inscena la rappresentazione; il retroscena è il luogo dove l’attore si rilassa, dove discute sulla messa in scena, in poche parole dove si trova solo con se stesso o con pochi intimi liberandosi dalle varie maschere usate alla ribalta durante la rappresentazione.

La questione che voglio sollevare con questo post e che mi è saltata in mente nonappena concluso lo studio del sociologo è la seguente: l’uomo politico ha diritto al retroscena? Può il politico “rifugiarsi” dietro le quinte oppure deve sottostare sempre e comunque al controllo sociale del pubblico?

A parere di Plutarco (46 d.C.-127 d.C) “meritata fu la fama del tribuno della plebe Livio Druso, il quale, avendogli un artigiano proposto, per cinque soli talenti, di orientare e sistemare diversamente quelle parti della sua abitazione ch’erano esposte alla vista dei vicini,rispose: Te ne darò dieci se renderai trasparente tutta la mia casa, affinchè tutti i cittadini possano vedere come vivo”

ed ancora Plutarco: “Cosa dire di Alcibiade,che pur essendo un ottimo politico ed invincibile come generale ancdò in rovina per l’indecorosa dissolutezza della sua vita privata?[...]Gli Ateniesi rinfacciavano a Cimone di ubriacarsi, i Romani,che non avevano nulla da rimproverargli, accusavano Scipione di dormire troppo.”

A parere di Joshua Meyrovitz, studioso dei Mass Media, la continua presenza di un uomo politico all’interno di un Media produce un indesiderato effetto “double-edge sword” che tende a produrre una relazione inversa tra l’esposizione del politico in Tv e la sua autorità, il suo carisma. Infatti, stando sempre alle parole del professore dell’ University of New Empshire, viene prodotto un effetto del tutto demistificante da parte dell’audience nei confronti del politico.

Re-immettendo la questione sui binari del lessico di Goffman potremo dire che in questo caso, contrariamente a quanto sosteneva Plutarco, la continua e prolungata esposizione di un uomo politico al popolo, tramite l’utilizzo di un Media, disarmerà l’attività di retroscena dello stesso mostrandola al pubblico sempre attento a valutare e giudicare le espressioni dell’attore in questione e che l’eccesso di trasparenza, come tutti gli eccessi, non gioverà affatto al politico. La questione è più attuale che mai e molti giuristi, come lo stesso Stefano Rodotà, si interrogano sul complicato binomio politici-privacy destinato a far discutere molto, soprattutto alla luce dei recenti scandali.

Per quanto mi riguarda credo che l’uomo politico, in quanto rappresentante del popolo, debba rinunciare alla vita libertina. Non si tratta di restrizioni o limitazioni della libertà ma di libertà di scelta e delle tante responsabilità che una scelta implica.
Spazi di retroscena sono pur sempre leciti, pena forti danni psicologici da parte dell’attore che non troverebbe rifugio alcuno dalla sua rappresentazione pubblica.
Ma la maschera del politico è più pesante della maschera di ferro e la scelta di indossarla passa attraverso l’implicita scelta di rinunciare a fette sempre più ampie di retroscena.

Nonostante tutto se un attore dimostra di essere un libertino sia sul palcoscenico che in privato, tanto di cappello, la situazione non è della più gravi.
Cosa più amara per la vita, e la carriera, del politico è quando si scopre che la persona che fino ad oggi ha proposto al pubblico una facciata magistralmente “idealizzata”, dimostrando così la propria integrità personale e morale, conduceva una vita da retroscena del tutto opposta a quella esibita alla ribalta.

Claudio Landi

LANDI: EVITIAMO LA ‘FUGA DI CERVELLI’

In Claudio's Version on 31 gennaio 2010 at 21:32

Dichiarazioni di Claudio Landi tratte dalla ‘Gazzetta di Caserta’ del 31 Gennaio 2010.

MONDRAGONE. “La rinascita di Mondragone non può prescindere dai suoi studenti e dai giovani lavoratori”. Lo afferma Claudio Landi, esponente della Giovane Italia e da sempre attivo in campo studentesco ed associazionistico locale.
“La nostra città è ricca di potenzialità che devono essere sfruttate al meglio, molti giovani che decidono di proseguire gli studi universitari sono scoraggiati dallo stato delle cose ed il compito della politica deve essere quello di coinvolgerli e dare a loro una seria opportunità per mettersi all’opera lì dove sono vissuti, e non altrove”.
“Mondragone –
continua Landi – attualmente non offre i servizi necessari per un concreto sviluppo e valorizzazione delle intelligenze, le attività culturali sono in stato comatoso. Anche i collegamenti infrastrutturali con le grandi città non sono degni di lode, dovrebbero essere potenziate le linee di collegamento con la stazione e le funzionalità della stessa, che oggi risulta persino priva di biglietteria e di info-point.
Sarebbe opportuno attuare una politica degli incentivi a giovani studenti e a giovani lavoratori per evitare una disastrosa ‘fuga di cervelli’. Bisogna creare i presupposti per la nascita della futura classe dirigente, che dimostri un netto cambiamento da queste attuali e da quelle precedenti.
Colgo l’occasione di lanciare una proposta al sindaco e agli assessori di settore, si provi ad organizzare una conferenza dove si possano accogliere le proposte di noi giovani, sarebbe un’ottima occasione per tastare il terreno delle loro esigenze qualora queste non fossero chiare”.