CASO COSENTINO – DICHIARAZIONE DI MAURIZO TURCO, DEPUTATO RADICALE, MEMBRO DELLA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI

“Oggi purtroppo ancora una volta nulla si precisa e si contesta che alla mia lettura appaia penalmente rilevante come tale all’on. Cosentino, allo stato dei fatti e degli atti ritengo che la richiesta di esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del collega a me pare infondata e frutto di un obiettivo fumus persecutionis, se si fa sforzo di serietà e omaggio alla legge.

Colgo l’occasione per rivolgere a Roberto Saviano un auspicio al grande contributo di lettura e conoscenza che ci può sicuramente venire dalla sua attenzione anche a questo momento della vita parlamentare e della giustizia, temi sui quali noi radicali gli facciamo grande fiducia.”
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Dichiarazione di voto di Maurizio Turco, membro della Giunta per le autorizzazioni,
sulla richiesta di arresto dell’On. Nicola Cosentino

Il contesto ed il testo nel quale maturano le accuse rivolte al collega Cosentino fanno riferimento all’esistenza, storicamente accertata e giudiziariamente cristallizzata, del gruppo camorristico denominato ‘clan dei Casalesi’.

La natura, la struttura, i protagonisti e le dinamiche del ‘clan dei Casalesi’ sono state approfonditamente delineate nelle sentenze conclusive e definitive dei processi denominati Spartacus 1 e Spartacus 2, oltreché nel saggio “Gomorra”.

Sia le citate sentenze, sia il noto saggio, prendono in esame ed approfondiscono un lungo arco temporale di vita dell’associazione criminale di Casal di Principe, p aese nel quale è nato ed ha lungamente vissuto l’on. Cosentino. Ciò nonostante e sino al 2005, cioè sino a quando l’on. Cosentino non ha ricoperto un ruolo politico di livello nazionale, le strade del clan dei Casalesi e dell’on. Cosentino non si sono mai, neppure per sbaglio, incrociate. Nessuna traccia nei procedimenti e nei saggi.

Oggi l’on. Cosentino viene accusato di condotte che non hanno, in sé, a alcun rilievo penale e delle quali l’on. Cosentino ha fornito ampia ed esaustiva spiegazione nelle memorie depositate presso questa commissione e che, se vorrà, mi incaricherò di rendere pubbliche.

Gli inquirenti prima ed il GIP poi, vestono queste condotte di rilevanza penale in relazione alla circostanza per la quale l’on. Cosentino sarebbe addirittura il referente politico nazionale del Clan dei Casalesi; affermazione questa che però appare essere del tutto apodittica e slegata da qualsiasi accertamento concreto di un qualsivoglia fatto specifico.

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che svolgono chiamate di correo nei confronti del collega, senza peraltro attribuirgli mai fatti concreti specifici, oltre a non essere supportate da alcun riscontro obiettivo ed individualizzante- per quanto emerge dalla stessa lettura dell’ordinanza di custodia cautelare – appaiono essere in diversi punti platealmente smentite da dati storicamente accertati di segno assolutamente diverso.

Ritengo pertanto che la richiesta di esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del collega sia infondata e frutto di un obiettivo fumus persecutionis.

Maurizio Turco

 

ps: Ho voluto condividere l’opinione di un illustre uomo politico italiano da tempo impegnato nell’ambito della giunta per le autorizzazioni a procedere. Un punto di vista obiettivo non di un solo uomo, ma di un movimento (storicamente schierato a sinistra) che vede in tutto ciò soltanto un moto persecutorio. I Radicali, pur essendo stati eletti nelle liste del Pd, procedono coerentemente su una linea garantista che ha caratterizzato il movimento in tutte le loro battaglie e non si prestano, come altre branche della sinistra italiana, a insensati festeggiamenti pur di veder soccombere l’altra parte politica, fregandosene del proprio ideale. Un uomo che si occupa degli affari della Polis, non può mai esultare quando la politica viene sconfitta da altre forze non rappresentative. Per quanto riguarda la mia opinione in merito, che forse già traspare da quanto sopra ho accennato, credo che questa sia l’occasione giusta (e le spese le pagherà l’On.Cosentino a mo’ di martirio) per poi dimostrare la fondatezza o l’infondatezza delle azioni avanzate da parte della Magistratura italiana.  Per concludere, attingendo ad altre fonti di Sinistra, vorrei citare Fabrizio De Andrè, vicino ai movimenti Libertari che possono essere collocati, volendo, in un universo Radicale, ma in stile più americano proprio dei Libertarian, molto vicini all’ideale anarchico.

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Tutti morimmo a stento
ingoiando l’ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumar la luce.
L’urlo travolse il sole
l’aria divenne stretta
cristalli di parole
l’ultima bestemmia detta.
Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un’ora.
Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono
recitando l’antico credo 
di chi muore senza perdono.
Chi derise la nostra sconfitta
e l’estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull’ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch’egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino.
La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria.
Coltiviamo per tutti un rancore 
che ha l’odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamamo dolore
è soltanto un discorso sospeso.

E ancora, stando al grande Faber[...] Giudici eletti, uomini di legge 

noi che danziam nei vostri sogni ancora 
siamo l’umano desolato gregge 
di chi morì con il nodo alla gola.  

Quanti innocenti all’orrenda agonia 
votaste decidendone la sorte 
e quanto giusta pensate che sia 
una sentenza che decreta morte? [...]

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E ora, dopo questo mio segnale, scatenate pure l’inferno.

    Samuel Huntington’s book can certainly be called one of the essays in geopolitics that in the post-Cold War era has raised the broader international debate among political scientists. “The main source of conflict in the new world was created by the end of the Cold War” -a Huntington opinion- “will not be ideological and not economic: it will be cultural”.

Clashes of civilizations will be the protagonists of this new global scenario that contrasts cultural identity (divided by language, tradition, custom, religion). This, according to the American political scientist, is the last stage of a historical evolution of international conflicts: war between monarchies (eighteenth century); between nations (nineteenth century); between ideologies (twentieth century).

In this review, we focus our attention on aspects of Islamic civilization, more specifically examined by Huntington in the fifth, seventh and ninth chapter of his essay. In the fifth chapter, in the paragraph entitled “The Islamic Revival”, Huntington focuses on the problem, already discussed by Toynbee, cultural aggression. The Rebirth, keyword of the thesis of the clash of civilizations theory, occurs when the Islamic civilization, aware of the inferiority to the West (manifested through two major events: the Treaty of Küçük Kaynarca in 1774; Napoleonic campaign in Egypt in 1798), produces a stress that aim at modernization.

Modernization does not mean Westernization. Huntington points out that in this respect the will of the Saudis is addressed in the first sense and absolutely is not directed to the second.
The intention is to Islamize modernity, reaction as opposed to the modernization of Islam. Expand the Muslim law, sharia, (formed by the Quran and the Sunnah) to the entire globe, with all that derives from social, cultural, economic and political.

In a paragraph of the seventh chapter, Huntington analyzes the process of ”consciousness without cohesion” going to show how Islamic civilization over the centuries, have failed to adopt models of national cohesion favoring instead a common religious consciousness (which acts glue between citizens-believers) very strongly developed (Ummah). The same Ottoman Empire was governed, in the opinion of political scientist, the combination of “tribalism-religion” and is highlighted as the process of internal cohesion of the community of the faithful is supported by three pillars, which provide full fidelity: tribe, clan, family. Not included, so the State. The concept of nation-homeland (watan) will be one of the foundations, together with that of freedom (huriyya), the process of renewal of the Nahda. Only half of the twentieth century witnessed the development of supra-national forms of organization more or less institutionalized and developed: Organization of Islamic Conference (OIC) Islamic World Congress, the Muslim World League, and so on.

In the ninth chapter in the section entitled “Islam and the West”, Samuel Huntington examines the clash of Western civilization throughout history, focusing especially on post-Cold War developments. To arouse the interest of the American political scientist, the growth of the population of unemployed and frustrated young Muslims who often emigrate to the West, is to form an immense mass of the proletariat ”external” in the long term can destabilize the balance of world power in the face of growing consensus in regard to Islamist or fundamentalist movements. The collapse of communism (between 1989 and 1992) has led to a more marked contrast from the moment he came to miss the ”common enemy” of the West and Islam.

Finally, Huntington seeks to emphasize  as the enemy of Islam is not the CIA or the Department of Defense of the United States, but Western culture or, rather, the Western civilization. And, at the same time, the enemy of the West is not religious fundamentalism, but the entire Islamic civilization that is the voice of a culture quite distinct and opposed to Western. In short, these two civilizations can easily get to fight not only because of the multiple points of disagreement, but especially for one of the few points in common in their possession: the vocation to a global control.

Claudio Landi

Riflessioni a caldo, non rilette, non corrette.

Un profondo senso di impotenza pervade il mio animo. Io, cittadino, elettore sono senza potere dinanzi alle decisioni del palazzo. Le forze di opposizione si apprestano, senza passare per il giudizio popolare, ad occupare incarichi di primissimo piano. Il Capo dello Stato sta per affidare l’incarico a Mario Monti, dopo averlo furbamente nominato senatore a vita per mascherare la calata dall’alto dell’incarico. La sinistra, assuefatta dalla caduta del Cavaliere (cattivo, buffone, mafioso, ladro, puttaniere), sarà troppo distratta per assistere alla colonizzazione della politica da parte dei mercati occidentali. E’ in atto un ribaltone, un colpo di Stato umiliante. La folla esulta ignara, in questo istante, di esser stata beffata. Sotto il contentino della cacciata di Berlusconi si cela la salita al potere di persone che hanno letto il manuale di istruzioni senza mai aver guidato una nave (metafora di plutarchiana memoria).  Nè tantomeno questi sono stati eletti da qualcuno. Alzi la mano chi ha potuto dire la propria in questo momento!

Bene il governo tecnico, le elezioni sarebbero state una strage a fronte dell’indegna legge elettorale. Ma che questo nuovo governo sia comprensivo delle forze politiche vincitrici nel 2008 e di quelle intenzionate a riappacificare gli animi. Non si può ostracizzare dal governo chi ha vinto le elezioni. Vedere al governo chi ha perso e all’opposizione chi ha vinto è un ribaltone, mettetela come volete. Me ne frego dei mercati, del senso di responsabilità e degli altri artifici con i quali si tenta di mascherare i giochi di palazzo. Oggi muore la politica. Si stabilisce il primato dei mercati e dell’economia capitalista sulla politica. Le nostre scelte cono condizionate dall’umore degli speculatori e dall’andamento dei mercati. Dobbiamo reagire! Ristabilire il primato della politica, ridare voce alla gente! Rispettare la volontà popolare e non quella dei furbetti che approfittano del malcontento, con la faccia pulita, per cavalcarlo e stare sulla poltrona senza nessuno che lo legittimi in pieno.

Il cento destra ha sciupato la sua occasione storica di riformare il paese in luna legislatura dove avrebbe potuto benissimo farlo. Non si è riusciti a costruire una struttura partitica in grado di poter reggere alle crisi. Il centro destra italiano e Berlusconi hanno fallito. Bisogna prenderne atto.

Ma passare dal dato oggettivo del fallimento all’umiliazione totale provocata dai discorsi di alcuni parlamentari dell’opposizione (dopo il ribaltone saranno di maggioranza) ce ne vuole.

A quest’ora, prima delle dimissioni, le masse urlano, i politici si rinchiudono nei palazzi, i giornalisti guadagneranno gli ultimi spiccioli sulla pelle del Cav. e gli speculatori guadagneranno sulle borse che risalgono dopo la caduta del governo.

Ora ho paura. Ma non voglio stare zitto e abdicare. Ho paura della vendetta e del rancore di una sinistra repressa. Ho paura dell’Europa dell’euro, delle Agenzie di Rating e dello Spread.
Purtroppo noi cittadini ora come ora dobbiamo convivere con la nostra impotenza, aspettare che qualcuno decida per noi il governo “ideale” e stare a guardare alla finestra.
Fino ad ora non si conoscono gli intenti del nuovo governo, su cosa si fonderà, da chi sarà appoggiato, quali sono i punti in agenda, il programma, i volti. Conosciamo solo i curriculum di alcuni. Restiamo, ahinoi, a guardare.

Sperando che questa lunga notte finisca presto, auspicando che non sia l’ennesima transizione all’italiana.

Alla luce dei recenti accadimenti di politica interna (con forti ripercussioni a livello comunitario e internazionale) è doverosa una profonda riflessione.

Il governo, è risaputo, non gode più dell’ampia maggioranza consegnatali nel 2008 dalle urne. I meccanismi costituzionali consentono, ora come ora, al Presidente della Repubblica, di prendere la situazione in mano ed avviare  le consultazioni per cercare di trovare un’altra maggioranza parlamentare che possa supportare l’operato di un nuovo governo per portare a termine le tanto attese
riforme istituzionali. L’estenuante resistenza del Cavaliere all’assedio delle opposizioni, pare, si arresterà a breve, dopo l’approvazione delle misure richieste dall’Unione Europea in materia economica.

Di sicuro, qualora si optasse per un governo “tecnico”, sarà necessario avviare una lunga fase di trattative per tentare di conciliare gli intenti delle varie forze politiche presenti in parlamento. E non sarà un gioco da ragazzi.
L’altra strada, più probabile, è quella che porta dritta alle elezioni anticipate. Delle due non saprei a quale tendere dato il fatto che entrambe contemplano, accanto agli onori, pesanti oneri.

I pericoli che sarà chiamato ad affrontare un nuovo governo “di larghe intese” non sono pochi. Difficile mediare tra forze così eterogenee e così bramose di mettersi in gioco in una nuova fase esecutiva.
Se da un lato Casini sostiene di non voler intraprendere un’avventura di governo senza il Pd (oltre al veto sulla figura del Premier) non si potrà prescindere dalla partecipazione del Pdl al governo di solidarietà nazionale. Ferma restando l’attenzione da dedicare a forze poco inclini a facili compromessi, con posizioni più radicali, come la Lega Nord o l’Italia dei Valori. Altro ostacolo potrebbe essere rappresentato dall’inconsistenza degli intenti delle opposizioni che, accanto alla strenue volontà di esiliare Berlusconi dalla scena politica, non sono ancora in grado di proporre un’alternativa programmatica concreta e dettagliata. Inoltre, inutile dirlo, tra le opposizioni già iniziano a comparire i primi “mal di pancia” sull’eventuale futuro Primo Ministro.

Andare al voto sarebbe un po’ come tagliare la testa al toro. Ma, in questo periodo difficile, sarebbe anche un sacrificio economicamente troppo gravoso per le tasche dei contribuenti, che dovranno sostenere le spese per una lunga ed intensa campagna elettorale.
Come ciascuno può notare la scelta non sarà facile. Certo, vedere uno Stato (e i lavoratori tutti) alla completa mercé dei mercati azionari e del fantomatico e altalenante “spread” (spade di Damocle ricattatorie e infame che pendono sulla testa della classe politica), fa venire un po’ il vomito. Peggio ancora se molti elettori di sinistra, pur di gettar fango sulla figura del Premier, sono disposti a chinare il capo dinanzi alle più becere forme di controllo del capitale e finanza sulla politica. Dove è finita la vera sinistra?

Dopo tutto, provando a dare uno sguardo molto più ampio, che comprenda una visione lungimirante e un approccio radicalmente riformista (ma allo stesso tempo attento alla conservazione di ciò che di buono resta), ci rendiamo conto che i problemi vanno ben al di là del Silvio sì, Silvio no. Molti possono vivere la storia, pochi possono criticarla scientificamente, pochissimi sono in grado di scriverla. Qui c’è bisogno di uomini che si sentano in grado di optare per la terza opzione: scrivere la storia della nostra Repubblica.
Le necessità ci spingono verso politiche che mirino a stravolgere l’assetto istituzionale del nostro ordinamento per evitare che, in futuro, si torni a situazioni del genere, paralizzando nuovamente il Paese.

Oltre la modifica di una indegna legge elettorale (ne parlerò prossimamente) e all’approvazione delle misure richieste dalla Comunità Europea, sarebbe opportuno avviare i lavori per il ringiovanimento del sitema politico-istituzionale.
Mi spiego, si potrebbe mettere in discussione il bicameralismo perfetto, l’elezione diretta (e il ruolo effettivo) del Presidente della Repubblica, il ruolo dell’Italia nelle relazioni internazionali, perseguire una visione condivisa sul federalismo, sulla giustizia, sul mondo del lavoro e sul sistema tributario.
Senza questi punti in agenda (ce ne sono sicuramente altri di eguale rilevanza), non si può ambire a costruire politiche serie e lungimiranti. Quindi auspico che le consultazioni non si limitino a compromessi di basso profilo inerenti la mera palude partitocratica ma che comprendano, primariamente, una condivisione programmatica e netta su posizioni da assumere al cospetto del popolo e del mondo intero. La nostra Costituzione, partorita in uno scenario politico del tutto diverso dal presente, è come una camicia che l’Italia, ormai cresciuta, porta addosso fin da bambina standogli stretta. Ci attendono sfide storiche che devono vederci giocare un ruolo da protagonisti. Gli equilibri nel Mediterraneo dopo le primavere arabe, l’assetto geo-politico nel medio-oriente, la crisi del sistema capitalistico-occidentale, la dimenticanza dell’etica e la decandenza morale dell’uomo moderno, il rapporto tra Stato e Religione e altre questioni di rilevanza mastodontica.

Per non perdere le sfide del futuro, bisogna agire da subito. Il nostro paese deve recuperare la credibilità a livello internazionale e per fare ciò occore la partecipazione degli uomini migliori. Esistono tre modi per gestire una rappresentanza:
1- Fare ciò che vuole il popolo; 2- Fare ciò che vuole l’ èlite dominante; 3- Fare ciò che l’èlite creda sia utile per il popolo. A voi la scelta. Ma per scegliere bene, e per comprendere a fondo le problematiche contingenti, bisogna liberare la mente da rancori e pregiudizi del passato, analizzare il presente con più scientificità possibile e proiettarsi al futuro con una mentalità eretica.

Claudio Landi

 

 

 

 

 

 

 

Il libro del prof. Gaetano Pecora sul pensiero di Gaetano Filangieri si conclude con la speranza che, una volta riposto su uno scaffale, questo venga riaperto per sbirciare qualche pagina rivelatasi utile nella vita di ogni giorno. Questo mi è capitato spesso da quando ho riposto il libro. Anche oggi. Voglio condividere con voi la miaesperienza. Buona lettura:

Bisogna sapere che nei bei giorni della Roma repubblicana al diritto di accusare si accompagnava come un’ombra il divieto di calunniare, e questo divieto era sanzionato da pene gravissime, intrecciate tra loro come gli anelli di una catena dalla quale veniva trattenuto sia il rigurgito della vendetta personale che l’accensione fantastica delle lingue forcute. Colui che in mala fede accusava il prossimo - in mala fede, si badi – sapendo cio’ quali e quanti argomenti militavano a favore della sua innocenza e quanto tenui, viceversa, erano le ombre che ne velavano la condotta – colui, dunque, che dolorosamente macchinava per perdere l’imputato rischiava grosso, potendo pagare a caro prezzo il fio della sua impostura: e, infatti, se il pretore concludeva il procedimento conil “calumniatus est”, con questa formula tremenda che schioccava come una frustata nelle aule della giustizia, allora non c’era più scampo per l’accusatore mendace: intanto, com’è ovvio, l’imputato andava assolto; quindi, con una tipica misura di contrappasso, l’impostore pagava lui la pena che avrebbe dovuto sopportare l’imputato se fosse stato riconosciuto colpevole (sicché, per esempio, nel caso la legge prevedeva venti anni di reclusione per un delitto di cui era stato incolpato un innocente, questi venti anni con effetto di rimalzo andavano a carico di chi aveva tramato l’accusa); infine, a partire da un certo momento, l’accusatore doloso oltre a patire gli effetti del contrappasso era tenuto anche per “infame”, e l’infamia veniva punita, tra l’altro, con l’ “inustione”, marcandogli gioè la fronte con la lettera “C” (da “calumniator”), che rimaneva lì per sempre, impressa com’era con carattere di fuoco; il che, d’ora innanzi, l’avrebbe fatto riconoscere tra mille e mille e, scoprendolo al ludibrio pubblico, l’avrebbe martoriato col disprezzo delle folle.

 

Fonte: (Gaetano Pecora, Il pensiero politico di Gaetano Filangieri, Rubettino, Soveria Mannelli (Catanzaro), 2008, pag.181 e ss.)

Profonda indignazione. Questo ciò che provo dopo le dichiarazioni dell’agenzia di rating “standard & Poor’s” riguardo la capacità dell’Italia di ripagare il suo debito.
Il nostro paese passa dalla categoria “A+” a quella “A” motivando il tutto asserendo che l’esecutivo è fragile e costantemente sotto pressione del parlamento. E’ inammissibile, a mio parere, trattenere degli Stati nazionali al giogo di questa agenzie private delle quali non si conoscono volti, storia e intenti.

Fui entusiasta nel sentire il presidente degli States, Obama, sostenere che queste agenzie non possono infierire nella stabilità interna di un Paese come gli Stati Uniti, minacciando di modificarne la storia e le politiche da attuare. Ora attendo una risposta seria dalla classe politica europea, perchè la sola Italia non può bastare, contro il complotto mondiale architettato da questi scienziati della finanza globale per ridisegnare l’assetto geopolitico e creare nuclei di potere finanziario in ogni angolo della terra.
Mi rammarico fortemente nel sentire chi, come gli esponenti delle opposizioni, plaudono a questi attacchi. Hanno forse dimenticato la loro storia? Stanno calpestando gli ideali dei loro padri?
La sinistra non può esultare e cavalcare queste onde perchè figlie di un tardo e becero capitalismo senza etiche nè morali che tengano. Aboccare a questi ami, cadere in queste trappole, farà della sinistra un’inevitabile serva sciocca di questa visione del mondo appartenente alle grandi sfere della finanza capitalista.
Questi i frutti di un liberismo tout-court dimentico dei più elementari princìpi democratici. L’Unione Europea ha valutato positivamente le manovre. L’Unione è un’istituzione, ci piaccia o no. Il parlamento ha approvato, democraticamente, la manovra e la nostra costituzione prevede questo. Non ci sarà agenzia che tenga dinanzi ai nostri principi democratici sanciti dalla Carta e sudati con la storia.

E’ inammissibile che un gruppo di privati, se non speculatori, possa interferire nelle politiche interne pretendendo di avere un peso sulle politiche e sui destini di tutti i lavoratori di un Paese. E’ su questi temi che bisogna fare politica. Su queste tematiche scontrarsi e far valere i propri principi di libertà e giustizia sociale. Stiamo assistendo, distratti da vari gossip, alla degenerazione del controllo geopolitico da parte di occulti poteri finanziari.

Rimango molto deluso da una sinistra priva di senso alcuno che pur di cavalcare onde sfavorevoli a questo esecutivo, rinnega i propri ideali e il proprio passato di battaglie contro i signori che oggi gli fanno da supporto. Non posso accettare da esponenti di sinistra delle dichiarazioni del tipo “quando una squadra retrocede l’allenatore se ne deve andare”.
Enrico Letta, che ha pensato di smuovere gli animi del comatoso popolo demo-catto-comunista, non ha ben capito che chi ha retrocesso l’Italia non è un’istituzione, né tantomeno questa istituzione è democratica. Si pensi se una squadra fosse retrocessa da un fan club di tifosi. Questo sarebbe inammissibile. Cosa diversa è essere retrocessi da un’istituzione sovranazionale, come l’Ue, che però ha promosso le iniziative del governo riguardo il risanamento del debito. Siamo alla frutta, la sinistra più di chiunque.

Addirittura non c’è più differenza tra le parole di chi dovrebbe difendere gli interessi della classe operaia e di cura quelli degli industriali. Marcegaglia, preda dell’amo di S&P, ha dichiarato minacciosa: “Riforme o governo a casa”.

Ecco, com’è bello il popolo di sinistra quando osserva, complice, i corpi ammassati di Stati Nazionali alla mercè di privati, speculatori, investitori, imprenditori e affaristi.

Claudio Landi

di Claudio Landi
Quando, scherzosamente, qualcuno tra i nostri militanti ha coniato il termine “destra pezzente” ho sorriso.  Subito dopo però, ragionandoci, ho capito che quello è il termine giusto per identificare una fetta di società che si rivede nei valori della destra sociale, volenterosa di spazio ed affamata di affermazione politica.

Da buoni “pezzenti”, pur facendo parte di un grande partito maggioritario di governo, non perdiamo mai la voglia e la determinazione di intraprendere le battaglie sociali più rilevanti, spesso anche mettendo in discussione l’operato dell’esecutivo e la disattenzione nei confronti dei nostri grandi temi.

Personalmente, fatico a condividere gli stessi spazi con chi manda avanti una sezione a rilento, con chi si iscrive al partito per vanagloria o per indossare l’abito al cospetto dell’onorevole di turno. Non condivido nulla con chi da più rilievo all’indossare costosi e griffati abiti alla moda piuttosto che leggere uno scritto di Evola.

Essere “pezzenti” significa soprattutto fregarsene di tutto ciò che costituisce l’ordine contemporaneo dalla dipendenza degli Stati dai mercati finanziari al consumismo di massa. Lucio Battisi, punto di riferimento di molti pezzenti, in una delle sue più celebri canzoni cantava: “Sogno gente giusta che rifiuti di esser preda di facili entusiasmi e ideologie alla moda”.

A proposito delle “ideologie alla moda” ci tengo a dire che il clima attuale di anti-politica e civismo, cavalcato da molti sciacalli come modello alternativo, non deve lasciarci indifferenti. Noi abbiamo tutti gli strumenti necessari a disposizione per intercettare le masse scontente e sotto-rappresentate della società italiana, non incorriamo nell’errore di fossilizzarci nel dibattito interno al deludente PdL e guardiamo oltre lo steccato, non lasciamo alle sinistre il monopolio della cavalcata del malcontento sociale ma a questo diamo una forma e una sostanza seria.

Dimostriamo, inoltre, di non essere disposti ad essere inglobati all’interno del vortice del consumismo e della moda come, purtroppo, è capitato a molti punti di riferimento ideologici di altri schieramenti (si noti, come esempio, la commercializzazione dell’icona del “Che”).

Essere “pezzenti” significa buttare sangue e sudore per l’ideale, significa dipingere striscioni artigianali e non affidarli a un tipografo, dormire in tenda e non fittare una stanza. Ma prima di ogni cosa tutto ciò che scriviamo, cantiamo e diciamo necessita di essere dimostrato sul campo. Non c’è più spazio per i rivoluzionari a parole.

Ricollegandomi ai “facili entusiasmi” di Battisti e Mogol, ricordo un’intervista rilasciata da Julius Evola nel novembre 1970 nella quale affermava che:

“Da giovani, è facile entusiasmarsi per certe idee (che spesso vengono riposte in soffitta quando si fanno avanti le cosiddette ‘necessità della vita’); è anche facile fare i rivoluzionari a parole, dato che la possibilità di farlo in modo da rovesciare realmente la situazione attuale è minima”.

Noi siamo in grado, ed abbiamo tutti gli strumenti, di dimostrare che questa possibilità è concreta.

Sono andato all’incontro del Sindaco Cennami con la cittadinanza pieno di speranze e contento del fatto che siano state organizzate occasioni di dialogo tali da rendere partecipi gli elettori dei problemi amministrativi della città.

Sono andato via, a fine incontro, con più dubbi e molte perplessità.
Fermo restando la preziosità di tali occasioni, mi auguro che in futuro ce ne siano più spesso, scendendo nel merito della cosa mi accorgo che la situazione politica Mondragonese, come dice Celentano, non è buona.

La coalizione geneticamente modificata, che portò alla vittoria di Pirro delle scorse elezioni, con a capo il dott. Cennami non esiste più. E’ un dato di fatto indiscutibile. La dimostrazione del fallimento è evidente e le lotte intestine a quel che resta della sgretolata maggioranza sono eloquenti in merito. Tirare a campare, l’unico motto, con il supporto di appoggi esterni ufficiosi e silenziosi da parte di forze di minoranza significa stravolgere il mandato elettorale di persone che hanno affidato ad una coalizione, e non ad altre, di governare.

Tutte le persone dotate di un briciolo di senso critico sarebbero inorridite al solo ascoltare le parole del Sindaco, specie quando ha invitato la cittadinanza a ringraziare l’azione di tre esponenti della minoranza di non presentarsi al consiglio sì da permettere l’approvazione del bilancio.

Perchè mai dovremmo ringraziare persone che, non solo tradiscono la volontà degli elettori, ma che non fanno quello per cui sono stati eletti, ossia presentarsi al consiglio comunale e votare dei provvedimenti?

Il Sindaco Cennami ha etichettato questa come “un’azione responsabile per il bene della città”. Facciamo passare, bonariamente, questa affermazione. Ma ciò può valere solo se si parla di bilancio e tutto ciò che ne consegue in termini di responsabilità finanziaria facendo terminare la cosa lì.
Se, invece, si inizia a parlare di maggioranze transitorie e variabili la cosa, da cittadino ed elettore, inizia a farmi sorgere qualche dubbio in più.

Il delitto è bello che consumato: non potendo contare più su una maggioranza di riferimento (Cennami ha sempre tergiversato le domande in merito) il Sindaco cerca scorciatoie nel mostrarsi pronto a condividere con maggioranze sempre diverse i provvedimenti uti singuli. E’ ciò che si evince dal suo discorso, è ciò che mi fa preoccupare.

Poi c’è la questione Farmcom sì, Farmcom no. Da un programma elettorale che aveva la vendita della farmacia comunale come cavallo di battaglia, ad ultima spiaggia di un’amministrazione in coma attaccata alla spina degli incarichi nel consiglio di amministrazione dell’ente. Anche a tal proposito i chiarimenti sono stati poco lucidi e molto fuorvianti.

Il pericolo è rappresentato non tanto dai mostri sacri della politica locale, tanto incazzati e tanto rancorosi l’uno con l’altro. Roba da poco se considerata alla ribalta del triste palcoscenico attuale. Cosa ben più preoccupante, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, sarebbe la perfida capacità di giostrare dal retroscena un movimento solo apparentemente giovane e innovatore.
Poco ci vuole ad allestire una finta coalizione civica con tanti giovani (anagrafici) e personaggi inediti.
Pochissimo ci vuole a manipolare il vento che spira a favore del civismo anti-partitico e sfruttarlo per bene nascondendo dietro di esso il vecchio marciume.

Un invito ai giovani (di idee) e a chi vuol mettersi in gioco: non state a guardare, siate protagonisti, prendete lo spazio che meritate per non esser costretti a scegliere il meno peggio al prossimo giro. Esperienze innovative e limpide nella storia mondragonese ci sono, seppur brevi, e da lì bisogna ripartire. Con molta speranza e pochi pregiudizi.

Ma nonostante le due ore di discorso e i buoni propositi il dubbio permane: c’è-nnami o non c’ènnami?

Claudio Landi

Avevo voglia di ritirarmi per un po’ di tempo con gli amici di componente e trascorrere con loro dei giornidi intensa interazione sociale, culturale e ricreativa. Per questo motivo ho deciso di partecipare al secondo campo “Plus Ultra” nella suggestiva location della Valle dell’Aniene.  Era, ed è ancora, fortissimo il desiderio di decifrare e carpire le pulsioni ideali dei ragazzi che, come me, appartengono a quest’area “speciale” della destra italiana scherzosamente denominata “destra pezzente”, nome che condivido in pieno.
Dei giorni meravigliosi, che ricorderò a vita.

Il dato
importante che ho evinto dal “ritiro sociale” di Percile è quello che la voglia di mettersi in gioco e rivoluzionare l’ordine costituito del partitismo odierno è tanta. Con chiunque parlassi, dal palermitano al milanese o dal simpatizzante al dirigente nazionale, sono riuscito a stabilire dei punti di incontro che sarebbero capaci di ribaltare la triste situazione attuale con un nuovo, fortissimo e travolgente vento sociale.

Quasi nessuno confida, ormai, nella riuscita del progetto PdL . Peggio ancora se parliamo di costituente Popolare (bene Alfano su organizzazione e merito, ma per gli ideali non basta fare copia e incolla dal Ppe). Il perchè è evidente, il sentimento che anima le nostre battaglie e che ci rende vivi sotto il punto di vista ideale è, senza alcun dubbio, di matrice socialista. Non negare il passato e dar valora alla memoria significa pure dare risalto alla nostra provenienza dalla grande famiglia socialista evolutasi nel movimentismo fascista che ha dato luogo poi alla frantumazione delle destre italiane dopo la guerra.

L’albero è quello e noi, un ramo rigoglioso di esso. La nostra tradizione non può e non deve confondersi con quella popolare e, quindi, democristiana. Non possiamo, noi sociali, permettere che, tramite meccanismi rappresentativi assai discutibili, la nostra area precipiti in un grande e grosso contenitore popolare europeo.

Compromesso con la borghesia filo-occidentale per sopravvivere alla modernizzazione? Direi di si, ma le nostre battaglie e i nostri ideali insegnano ben altro. Io credo che noi non possiamo appoggiare una causa che non ci rappresenta pur di sopravvivere in un contesto degradato come quello politico attuale. Non accetterò mai l’idea di snaturare il mio ideale in nome di un compromesso di èlites per guadagnarci la sopravvivenza. La nostra cultura ci insegna a vivere, non a sopravvivere!

Al campo alcuni dirigenti nazionali, con una verve iconoclasta che non condivido, hanno avuto premura di eliminare ogni simbolo che richiamasse ad una tradizione neo-fascista o che si avvicini adducendo come scusa il dover creare nuovi simboli, nuove culture.
In primis: ritengo inutile, quindi dannoso, l’intento di un gruppo di persone che, sedute a tavolino, decidono per un simbolo, pianificandolo a dovere o eliminandolo, senza una base di valori che supporti o rigetti tale effige.
Il simbolo è espressione di una comunità in quanto, al suo significato, fa riferimento una costellazione di valori condivisi da una base più o meno ampia, non si può rimuovere se non quando cada, senza volontà di nessuno, in disuso.
In secundis: vogliamo creare una nuova cultura sociale? Intendiamo porre le basi simboliche e valoriali di un nuovo movimento nazionale? Bene, allora procediamo, ereticamente e coraggiosamente, in questa direzione.

Mi compiaccio, stupito, della vicinanza tra gli estremi. Più leggo il pensiero di alcuni militanti rivoluzionari della destra e della sinistra di piombo e più mi rendo conto che tra Evola e Gramsci non c’è un muro insormontabile. Tra Curcio e Concutelli è possibile scorgere, come con altri, una sottile linea di collegamento che ha un potenziale esplosivo non indifferente. Anche nell’ultimo numero del Secolo d’Italia prima della pausa estiva, andato in stampa proprio mentre montavamo le tende al campo, in un bellissimo articolo di Michele De Feudis di recensione al libro “Da Giovane Europa ai Campi Hobbit” di Giovanni Tarantino (pp. 205, € 10,00, edizioni Controcorrente di Napoli), sono presenti forti richiami a questa “tradizione comune” che fornisce la prova evidente della parentela tra le componenti sociali e socialiste.

Le cose che ci accomunano, e che ci fanno rendere conto della eguale provenienza dal ceppo socialista anti-borghese, sono tante e molto affascinanti. Sfido qualunque compagno che avesse partecipato al nostro raduno sociale di non condividere gran parte dei pensieri e delle parole scritte, cantate e dibattute da noi al campo base di Percile. Sfido ancora, chiunque, a fornire una chiara differenza tra Sociali e Socialisti senza arrampicarsi sugli specchi.

Andare più oltre (da qui il nome del campo) siginifica immaginare nuovi scenari inediti ed eretici che oggi sembrano sacrileghi ma che domani possono diventare realmente esplosivi e rivoluzionari. Andare oltre significa rifiutare il compromesso con la parte centro-demo-moderata-borghese della politica italiana. Noi non proveniamo dall’albero del blocco moderato italiano. La nostra tradizione è innegabilmente una tradizione sociale che affonda le proprie radici nel socialismo puro.

Claudio Landi

Camminiamo, ogni giorno, cercando di farci spazio nel letame che infesta i bellissimi panorami del nostro paese.  Ci vogliono bracia forti, perchè ce n’è davvero tanto e d’ogni tipo.  In molti, attirati dal fetore della melma informe, diventano parte di essa, schiavi di una mentalità inetta e primitiva che li rende strumento di qualcosa di più grande, l’insanabile tumore della nostra società: la camorra.

E’ proprio dalla lotta ad ogni tipo di mafia e alla cultura che ne deriva che deve fondarsi la politica nelle zone dove impera il potere dei clan. Non si può fare politica senza mettere al primo posto dell’agenda istituzionale l’abbattimento totale della camorra e lo sradicamento della sua cultura dalla società civile.

Bisogna far attenzione a non limitare la questione al binomio legalità \ illegalità oppure a degradare la camorra a una questione di criminalità organizzata. E’ doveroso andare oltre e per farlo dobbiamo capire che c’è di più oltre al gesto, compiuto da un rozzo camorrista, di chiedere il pizzo o di premere un grilletto, quindi di infrangere una norma. Dietro c’è una cultura che va sradicata come erbaccia. Andare avanti significa capire che la lotta alle mafie è una questione di rispetto per i valori umani più radicati come la vita, la libertà e, per alcuni, la proprietà. La legalità fornisce una visione essenzialmente parziale della cosa e non ci consente di centrare il bersaglio.

Dobbiamo essere attenti anche a non scadere nella lotta troppo “contro” e poco “pro“. La lotta alle mafie non è solo anti-mafia ma è soprattutto una battaglia per la società civile, per una cultura sana, per una convivenza pacifica e onesta.

Vi pregherei di non scandalizzarvi se faccio mie, in questo articolo, le parole del dittatore comunista Mao Tse-Tung: “Ciò che è giusto si sviluppa sempre nella lotta contro ciò che è sbagliato. Il vero, il buono, il bello esistono sempre in relazione al falso, al cattivo e al brutto, e si sviluppano sempre nella lotta contro questi [...] In breve, i fiori profumati sono in lotta con le erbe velenose e si sviluppano nella lotta contro di esse”.

Il richiamo alla mentalità cosiddetta “a codice binario” risalta subito all’occhio. Questa mentalità deve essere funzionale alla nostra azione, guardandoci bene dagli eccessi, e permetterci, come un radar, di distinguere sempre il bene dal male. Non nel senso manicheo ma in un’accezione più profonda capace di scrutare al di là delle persone e delle loro azioni facendoci così capire  chi sono i puri e chi gli infetti. Non ci sono altri mezzi da usare. Il fine ultimo di questo metodo è , come potrebbe essere altimenti, la riconversione di coloro che per debolezza, per ignoranza, per moda hanno avuto accesso ad un mondo degradante e fetido, quello della malavita.

La linfa vitale delle mafie è tratta dal popolo, che le legittima. L’ignoranza, la povertà, la debolezza popolare rendono il terreno fertile al germogliare delle malerbe che fanno presto ad infettare tutto il prato, una volta rigoglioso e profumato, lavorato dai nostri antenati. La sopraffazione reciproca, la vita quotidiana ridotta a mera lotta per la sopravvivenza tra scimmie primitive munite di clave e povere bestie inermi e silenti. L’indifferenza, sorella gemella della complicità alle mafie, rappresenta un’ulteriore slancio verso il trionfo del camorrismo collettivo che poi si esplica tout-court nella società, dal bullo al boss.

Le caratteristiche che fanno assumere al soggetto una certa personalità elitaria non sono il lavoro onesto, lo studio, la cultura, la sensibilità, anzi, tutto ciò è degno di disprezzo e derisione.  Le cose che creano il rispetto sono la forza bruta, l’abilità nell’arrampicamento sociale, la sopraffazione, la spavalderia, l’ignoranza, la rozzezza.

Le contromisure militari per la lotta alle mafie in questo scenario non acquistano altro che una veste parziale. La rivoluzione culturale della mentalità del singolo cittadino deve essere gran parte di questa azione purificatrice. Solo così facendo si riuscirà ad estirpare tutte le erbacce prima e non permetterne più la ricrescita poi.

Claudio Landi

Appassionante, coinvolgente ed istruttivo. Questi i termini giusti per definire il “capolavoro” del prof. Alessandro Orsini: Anatomia delle Brigate Rosse.
A onor del vero è un libro che riflette al dettaglio gli aspetti più importanti del fenomeno terroristico italiano e. nonostante il titolo, parte del libro è dedicata anche all’analisi del fenomeno delle cosiddette “Brigate Nere” e al pensiero di Evola.

Orsini innanzitutto inquadra i motivi ideologici che hanno spinto i rivoluzionari brigatisti ad operare, tramite mezzi terroristici, all’interno della società italiana degli anni 70-80 a loro parere “peggiore di quella del Fascismo”. Il docente di sociologia politica della LUISS Guido Carli in questo libro si contrappone ereticamente alle teorie più avvalorate da politici e media, quelle di un controllo esterno dei servizi segreti alle Br e quella del blocco di sistema. Il giovane professore, infatti, non reputa scientificamente attendibili le parole di chi, come Luciano Canfora, ha provato a minimizzare il fenomeno brigatista deresponsabilizzando il Partito Comunista Italiano in merito e considerando Curcio e compagni come “dei pazzi prezzolati manipolati dalla Cia”.

In questo prezioso manuale, edito da Rubettino, vengono messe in risalto le varie teorie sociologiche che ci permettono di analizzare al meglio in fenomeno politico delle Br. Tra tutte il modello DRIA e il feedback eversivo-rivoluzionario, un acronimo che sta ad indicare come dalla marginalità sociale caratterizzata da una mentalità a codice binario (Bene-Male) si possa arrivare, attraverso l’ingresso in un gruppo rivoluzionario, al distacco totale dalla realtà con tutte le azioni che ne comporta: clandestinità, settarismo, delitto di sangue. Quest’ultimo reso possibile dalla identificazione del nemico in un simbolo del sistema corrotto dominato da maiali inetti meritevoli di perire sotto i colpi degli angeli della purificazione. Il bersaglio veniva disumanizzato e ridotto a simbolo: Moro non era un uomo ma era il Segretario della Dc, il simbolo del totalitarismo clericale, a loro avviso, che ha dominato l’Italia dal dopo-guerra ad oggi.

Tutto ciò era accompagnato dall’odio nei confronti di chi non rispetti fedelmente la verità marxista raggiungendo facili compromessi con il sistema corrotto. L’odio nei confronti dei Socialisti e dei sindacalisti è quindi spiegabile alla luce di questa mentalità: chiunque scenda a patti col sistema diventa infetto e meritevole, quindi, di subire la stessa sorte dei padroni.

La mentalità brigatista è paragonata da Orsini a quella di illustri predecessori che nella storia hanno applicato col terrore e col sangue le proprie ideologie o religioni. Si passa da Thomas Muntzer ai Puritani passando per Giovanni di Leida, che fecero del Cristianesimo (ciascuno per le sette di riferimento) un’arma per instaurare il regno di Dio sulla terra. Si evidenzia poi l’importanza storica della Rivoluzione Francese e dell’esperimento giacobino per poi finire agli esempi più vicini alle Br come il “sogno pantoclastico” di Karl Marx e la tradizione del populismo russo rivoluzionario.

Detto questo non ci resta che mettere in risalto, come viene fatto lucidamente da Orsini nel libro, altri esempi che dimostrano l’assoluta crudeltà messa in atto da quelli che il sociologo definisce “I purificatori del mondo al potere”. Molti tra gli attuali militanti nei partiti di sinistra tentano di deresponsabilizzare le teorie Marxiste dall’azione brigatista. Ciò viene ampiamente confutato da Orsini, che riesce a delineare i tratti principali delle torie comunista esplicati nelle azioni di Lenin, Mao, Pol Pot e quindi dei brigatisti rossi. Se si pensa che questi ultimi erano soliti dichiarare che “se avessero preso il potere avrebbero fatto inorridire persino Pol Pot”, tenendo presente le torture -lucidamente spiegate da Orsini- che venivano operate nei confronti degli oppositori dai dittatori sopra citati, dovremmo essere in grado di capire fino a che punto si sarebbe spinta l’azione dei terroristi rossi in Italia negli anni di piombo.

La sinistra italiana tenta anche di non additare responsabilità al PCI mentre Orsini nel capitolo dedicato alla “Genesi delle BR” spiega proprio che le radici sociali del gruppo terroristico, oltre alla crescente modernizzazione e urbanizzazione degli anni 70, vanno ricercate proprio in una chiara responsabilità del Partito Comunista del tempo. I dirigenti del PCI, in un primo momento (dal 68) hanno cavalcato le proteste studentesche per attirare a se numerosi consensi promettendo loro la rivoluzione per poi scaricarli appena essersi resi conto dell’impossibilità della stessa e della possibilità di raggiungere un “compromesso storico” con quelli che erano i nemici di sempre: la Dc. Una generazione tradita, dunque, un sogno rivoluzionario sempre fomentato ma mai realmente auspicato dai dirigenti comunisti che si guardarono bene dalle richieste dei giovani di imbracciare i fucili, rifugiandosi in un ossimoro: il partito leninista-riformista.

L’appendice è dedicata in toto ai brigatisti neri. Orsini fornisce abilmente al lettore un punto di vista unico ed alquanto eretico del fenomeno dimostrando che non esistono, in realtà, grosse differenze tra i rossi e i neri. E’ lo stesso Concutelli a dichiarare che “l’odio per i compagni era qualcosa di adolesscenziale, se i brigatisti avessero realmente portato il paese sull’orlo della guerra civile, i neri avrebbero combattuto al loro fianco”. Cito Orsini “Il nemico delle Brigate nere è lo stesso nemico delle Brigate Rosse: il SIM, lo Stato Imperialista delle Multinazionali ovvero il capitalismo e tutto ciò che esso rappresenta. Concutelli odia la borghesia, il mercato, la concorrenza, la competizione, l’egoismo, la mancanza di solidarietà.”
Dagli scritti di Evola e dal pensiero di Concutelli, come di altri rivoluzionari neo-fascisti, non è chiaro il fine ultimo della rivoluzione. Se per Evola il rivoluzionario non doveva permettere a qualcosa sulla quale lui non poteva nulla di poterlo influenzare, per Concutelli i brigatisti neri non si interrogavano in quegli anni sul fine ma avevano chiare le idee sui mezzi e sulla distruzione dell’ordine esistente. Per i militanti di Terza Posizione la chiave di volta della Rivoluzione stava nel conflitto esistente tra la figura del Mercante  e l’archetipo del guerriero.

Ricordiamo qui che la figura del Mercante, intorno all’anno mille si è prepotentemente inserita all’interno edll’ordine triadico Oratores-Bellatores-Laboratores creando un non indifferente scompiglio nella società medioevale e gettando solide basi per la nascita del capitalismo, avvenuta, a parere di altri sociologi tra cui Alfred Weber e Luciano Pellicani, nei borghi dell’Italia settentrionale.

Queste sono le parole di Giulio Salierno, ex militante del Msi, condannato per omicidio nel 55 e graziato nel 68, che ha cercato di riassumere l’universo mentale dei rivoluzionari fascisti:
“I brigatisti neri non fanno eccezione: per rigenerare l’umanità, occorre distruggere il capitalismo. Questo mondo, dominato dalla figura del mercante e, dunque, dal profitto, deve essere abbattuto e ricostruito. Capovolgere il “mondo capovolto”: questo fu il progetto dei brigatisti neri, i quali si sentirono, da questo mondo corrotto “violentati già prima della nascita, colpiti negli affetti, nell’istruzione, nella salute, nella libertà e persino nella possibilità di sopravvivenza, sopportavano intero il peso delle contraddizioni di una società classiste. La loro rivolta era legittima difesa.”

Claudio Landi

Questo articolo, ispirato da tristi fatti di cronaca locale, può essere benissimo utilizzato in più ampia scala, utilizzando gli strumenti sociologici necessari per interpretare i modi di pensare di sentire e di agire della ideal-tipica figura del “Homo Criminalis” locale.

Si parte dalla culla, come fare altrimenti. Si fanno sempre meno figli, i ritmi incessanti della società capitalistica e le difficoltà economiche di questi tempi, non concedono spazio ad una procreazione più copiosa nei nuclei familiari. Il tasso di natalità per donna fertile italiana è ben al di sotto del saldo di sostituzione della popolazione. Si muore più tardi, si nasce di meno. Oltre ai problemi concernenti il sistema pensionistico futuro e le complicazioni sul sistema sanitario, il dato da evidenziare ora è quello che, a fronte della (falsa) generosità del sistema questi pochi pargoli in fasce sono sempre più viziati. Sia perché figli unici, sia perché i genitori contemporanei, propensi a deresponsabilizzare i figli, concedono sempre troppo a dismisura. Non ci sono sanzioni ma i genitori sono sempre e comunque i paladini dei figli, anche nel torto.

La personalità dell’individuo si forma da tre direttive principali che sono: famiglia, scuola, strada.

Esaminato il primo punto non ci resta che passare rapidamente al secondo e al terzo. Nelle scuole italiane, oramai diventate aziende con la mera funzione di ammortizzatore sociale, non si insegna più. Da tempo. Gli insegnanti, oltre a fare politica, non sono più educatori ma altro non fanno che concedere agli alunni la stessa generosità che viene offerta loro in famiglia, anche qui senza sanzioni. Una volta uscito da scuola e aver pranzato a casa (magari con i genitori al lavoro o troppo distratti per rimproverare i figli a fronte di una cattiva prestazione, qualora gli venisse mai riferito), il ragazzo esce di casa per scorrazzare liberamente in strade dove, assalito dall’affascinante mondo trasgressivo di fumo, droga e alcool, cade in un insanabile vortice deresponsabilizzante all’insegna della finta libertà che risponde allo slogan “faccio quel che voglio”.

 L’allora bambino viziato, oramai adolescente debosciato, cresciuto tra gli agi e il sostegno dei suoi “superiori”, avendo infranto mille e una volta le regole senza essere punito, non è retto dalla spina dorsale che forma un senso civico responsabile ed è pronto, diploma alla mano, a trasformarsi in adulto. Spavaldo ed impettito si aggira per le strade forte della sua ignoranza costruita accuratamente col tempo. Non ha idee né ideali né ideologie. E’ pronto a vendere la propria dignità al miglior offerente. China il capo dinanzi al boss di turno e avanza istanze ovvie, qualunquiste e da bar. Qualora lo faccia. Dati questi presupposti a piazzare una bomba davanti a un supermercato se il titolare non paga il pizzo il passo è veramente breve.

 

Post Scriptum: Non voglio, con questo sfogo, delineare i tratti di una stupida generalizzazione dell’individuo ideal-tipico nostrano. Le divergenze, fortunatamente, ci sono. Allo stesso tempo ci sono altre vie per degenerare in tal senso verso la criminalità. I politici devono tenere bene in mente che non è soltanto la camorra-organizzazione il nemico. Anzi, il pericolo principale è la camorra-mentalità, che attira a se anche chi formalmente non è parte dell’organizzazione ma che, seppur in piccolo, rappresenta un potenziale adepto o un fedele esecutore.

Claudio Landi

La debacle è evidente. A Napoli, ancorpiù che a Milano, il Popolo della Libertà ha perso e con esso la sua variabile indipendente e sovrana, il Berlusconismo. Non me la sento di annunciare la morte di un progetto come questo. Ma, alla luce dei deludenti risultati del Pd (l’alter-ego del Pdl), a perire è stata l’idea di poter impiantare nel nostro paese un sistema bipolare in perfetto stile yankee, in stile Veltrusconi.

Il dato politico, non me ne vogliano le tifoserie sinistre, è questo. In parole povere: la gente non ne può più di due coalizioni (da pochi anni partiti) che dal crollo della Dc ad oggi hanno governato sciupando anni e anni dietro gli slogan “fuori i comunisti” e “berlusconi in carcere”.

L’inarrestabile cavalcata di De Magistris e Pisapia, i quali nomi in questo istante staranno rimbombando nei seggi durante lo scrutinio, è il segnale inequivocabile dell’emergere di forze represse e diverse di questo sistema politico. E a questo dato aggiungerei la posizione della Lega (preoccupata di perdere la faccia dietro il Cav.) e il crescendo che fanno registrare, seppur sensibilmente, i partiti di estrema destra.

Berlusconi deve rendersi conto che il responsabile di tutto ciò è soltanto il partito, quindi se stesso. L’autorappresentazione nel Pdl del suo leader carismatico indiscusso, pur facendo registrare ottimi risultati di breve periodo, consiste in un’arma a doppio taglio. Oggi nessuno è in grado di prendere in mano la situazione politica nel centro-destra. Peseranno come macigni ora gli inviti, inascoltati, dei giovani del pdl (alcuni, pochi) che invitavano i big boss a strutturare meglio le sezioni e i coordinamenti di ogni livello locale.

Gli scenari che si intravedono dietro questa collina alle prime luci dell’alba sono sconcertanti. Non me ne vogliano, nuovamente, i tifosi. Ma lo sono. Cosa dire di un sistema partitico che si prospetta estremamente frantumato e privo di qualsivoglia figura attorno alla quale far ruotare una coalizione di governo stabile e duratura?

Non me ne volete ancora una volta cari ultrà. Non siamo dei pazzi, nè tantomeno dei servi (alcuni), se votiamo Silvio. Ma al giorno d’oggi ditemi chi è il profeta di un centro-destra inclusivo che dia risposte al famoso blocco moderato sommerso.

Questo blocco moderato sommerso, nonostante i risultati elettorali, dall’Italia unitaria ad oggi ha sempre rappresentato la stragrande maggioranza degli elettori. E continuerà a farlo. Il nostro è un paese essenzialmente cattolico, conservatore e moderato. Solo un miope potrebbe ammettere il contrario. Mancano le persone. Dopo Berlusconi c’è il burrone.

La schiacciante vittoria delle corazzate anti-berlusconiane appartiene ad una sinistra rancorosa e determinata a vincere dopo l’estromissione dagli scranni del parlamento. Non certo ad un PD triste e privo di contenuti da offrire a quella platea incazzata ed affamata.

E’ il triste epilogo del bipolarismo.

Pochi giorni fa, un amico docente universitario, con il quale discutevo assieme ad alcuni colleghi, ha lucidamente delineato un clima “da Repubblica di Weimar” nell’ Italia dei 150 anni. Con la sola eccezione di non veder emergere leader alcuno. E non so fino a che punto sia un merito. Con questo clima frantumato, partigiano, e senza leader basterà veramente poco per far scattare il colpo di stato militare. Una scintilla, un niente.

 

“Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.”

(continua dalla seconda parte)

C’è rimedio a tutto ciò? C’è una terza via tra il curare al meglio il proprio curriculum o fare politica a livello locale? Credo ci sia una sottile possibilità. L’unico modo, purtroppo, e tenere due piedi in una scarpa. Continuare a studiare nella grande città e tornare periodicamente nel piccolo paesino per confermare la sua presenza in società. Qui non c’è spazio per l’indignazione, questa sarebbe funzionale agli interessi della classe dirigente locale che di noi fa volentieri a meno ritenendoci scomodi. Chi si indigna e se ne va è fuori dai giochi e loro non potranno che essere felici di ciò. Per ogni giovane mente brillante e volenterosa che se ne va, indignata, loro avranno un problema in meno sul territorio.

Giovani studenti e lavoratori emigrati nelle grandi città, non distogliete lo sguardo dal vostro nido originario! Non andate via dalla vostra terra che tanto necessita di un vostro supporto per sopravvivere e sperare in un domani migliore! Apriamo gli occhi e non facciamo il loro gioco. Siate consapevoli di un’ulteriore ed ultima cosa: gli incapaci vanno avanti perché i migliori non gareggiano.

Claudio Landi

(continua dalla prima parte…)

A questo punto urge la domanda cruciale che fa da filo conduttore del nostro discorso: Siamo noi ad andar via o la classe dirigente ci lascia andare godendo della partenza delle giovani menti illuminate?

Non è un assurdo. Ragionateci. Quando noi andiamo via per settimane, alcuni per mesi, inevitabilmente, come ho già detto, perdiamo dei contatti e difettiamo in quanto a presenza sul territorio, tra la gente. Per chi ha intenzione di fare politica tutto ciò non è importante bensì fondamentale.

Dietro il consiglio dei big di “studiare e studiare ancora” e l’invito ad “andate via di qui che non c’è futuro” cosa si nasconde? Cosa si cela dietro le esortazioni di queste persone?

A mio modestissimo avviso tutto ciò è finalizzato all’allontanamento di persone “scomode”. Un esilio volontario e silenzioso mentre sul territorio i loro servi sciocchi continuano a bazzicare ignoranti e indisturbati offrendo caffè e macinando voti in vista di future candidature. Certe, queste ultime, se si è servito bene e fedelmente il padrone.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che una volta finito il corso di studi uno potrebbe ritornare in patria forte di una mente all’avanguardia portatrice di nuove vie. Ma sarebbe troppo bello. La verità e che una volta finito il corso di studi o una volta avanzati di carriera in un lavoro cosa spingerebbe l’individuo a rinunciare a far fruttare gli investimenti per laurearsi tornandosene in una terra che, guarda caso, non offre granchè? E cosa spingerebbe il giovane politico a tornare a recuperare il recuperabile nel suo paese di origine quando i ritmi incessanti di questa frenetica società impongono di “trovarsi una fatica” e di metter su famiglia? L’amaro responso è che sarà troppo tardi ormai per rincorrere chi intanto è rimasto comodo a casa a coltivare voti e rosicare contatti.

(continua…)

di Claudio Landi

Il tema che sto per esaminare brevemente in questo articolo è di una delicatezza tale da poter toccare la sensibilità di molti giovani e di infastidire chi attualmente siede comodo sulle lussuose poltrone del potere finchè morte non li separi.

Il rapporto tra i giovani studenti e lavoratori emigranti nelle grandi città d’Italia e la loro classe dirigente locale è un tema di rilevante importanza per meglio comprendere i meccanismi di ricambio generazionale e di sostituzione della classe dirigente all’interno delle istituzioni e dei partiti.

Quando dopo gli esami di maturità siamo chiamati a dover scegliere l’indirizzo universitario oppure il posto di lavoro da occupare stiamo compiendo una scelta di vita che inevitabilmente condizionerà il nostro percorso all’interno della società.

Già dal primo anno di liceo ho lasciato il mio paese per studiare in un comune limitrofo che offriva l’opportunità di frequentare un liceo classico. Dopo il liceo mi sono trasferito a Roma per proseguire gli studi scegliendo con il cuore una facoltà che amo. Scienze Politiche.

Come me molti hanno fatto armi e bagagli lasciando i propri paesi di origine trasferendosi altrove, lontano, rinunciando alla propria vita di paese (che ho imparato ad apprezzare stando lontano), perdendo contatti ed informazioni del territorio.

(continua…)

Il calore delle insurrezioni del maghreb ventila, come scirocco, su tutto il mediterraneo, riportando in auge una zona forse da un po’ di tempo offuscata dalle problematiche del medio-oriente o dell’asia centrale.
Il mediterraneo è alla prova dinanzi ad un effetto domino senza precedenti, capace di far crollare o mettere a repentaglio regimi di durata pluri decennale con parvenza democratica.
Il timore, fondato, è quello di veder tramutare le sacrosante pretese di democrazia e di equità sociale in pericolose derive islamiste in questi paesi che, all’indomani del cambio di regime, potrebbero rivelarsi troppo deboli ed esposti ad eventuali infiltrazioni terroristiche.
Si spera dunque che l’odio verso i dittatori arabi non diventi un odio anti-occidentale, e che il popolo non identifichi i vecchi regimi come manifestazioni di uno spettro coloniale, tale da poter fomentare una reazione fondamentalista. In pratica il mio timore è quello che nei paesi arabi che si affacciano al mare nostrum possano instaurarsi tante piccole repubbliche islamiche, minacciose e scomode per l’europa e per gli states, per non parlare del vicino Israele.
A riguardo però le prime notizie, alemeno dall’Egitto, sono tranquillizzanti e pare che il nuovo governo abbia intenzione di rinnovare il riconoscimento della “scheggia d’occidente” e con esso anche i trattati politici tra i due stati.
La cosa che intristisce e che fa denotare la confusione dell’opinione pubblica di sinistra in italia è l’azzardato parallelismo con i fatti del maghreb.
Di variabili divergenti tra i due sistemi politici ce ne sono a bizzeffe e sarebbe riduttivo elencarle, anche per i critici più minuzionsi e pignoli. L’odio antiberlusconista che si manifesta nelle piazze di tutto il Paese non è quello che viene urlato del nordafrica contro i rais, non lo potrà mai essere.
Una sinistra che si scopre perbenista, puritana e ultra conservatrice dopo un glorioso passato anticonformista, anti-statale e riformista. Una destra, volendo ragionare con queste categorie, che dopo un passato bacchettone e nazionalista si rivela più riformista e liberale che mai. Un paradosso all’italiana? pare proprio di sì.

Intanto le donne anti-Cav, le “vere donne” (come se quelle berlusconiane non possono dirsi tali) riempiono le piazze per difendere la loro dignità femminile, o meglio, tirandola in ballo in funzione anti governo. I telegiornali di sinistra, spudoratamente di sinistra, hanno tentato di spiegare all’audience l’assenza di simboli politici, contraddetta dalla presenza di noti esponenti politici del pd e infondo a sinistra.
Alla fine, come sempre, si riducono a folklore, a chiasso, a massificazione di un odio represso e di un complesso di inferiorità inappagabile poichè nel gioco democratico son sempre loro ad avere la peggio, e allora vai con l’ennesimo giro di valzer, un partito democratico che incita la maggioranza a destituire tradendo l’esito del voto, che incita governi di unità nazionale, che scongiura le elezioni come il malocchio. Insomma, un partito democratico che ha paura della democrazia che lo vede perdente, come tutta la sinistra, sempre.
Nelle scuole presidi di sinistra incitano le maestre e professoresse ad andare in “gita” per manifestare contro il governo, le docenti spiegano alle bambine che il nostro premier è un dittatore come quelli arabi, mia cugina di nemmeno dieci anni che torna a casa dicendo alla mamma che Gelmini è cattiva perchè non vuol bene alla Maestra… Questa è manipolazione, questa è induzione all’odio, ma non ad un odio politico, ad un sano dissenso, questa è la costruzione di un odio religioso, di un sentimento che non lascia spazio a compromessi, a ripensamenti, a passi indietro. E’ l’ideale del boia, del fondamentalista, del terrorista.
Eccomi al punto. Se l’odio diventa religioso ahimè è la fine del mondo. Se i reati si strasformano in peccati, le assemblee in concistori, i discorsi in omelie è davvero la fine.
Il grande assetto bipolare ha potutto reggere e frantumarsi pacificamente proprio perchè l’odio tra Capitalismo e Comunismo non estremizzò i propri connotati religiosi, che pure erano presenti e forti ma che comunque riflettevano le divergenze politiche tra i due blocchi.
Ora in Italia la separazione dell’opinione pubblica tra i pro e i contro berlusconi lascia un vuoto programmatico di base nella coalizione dei contro, pronta a rinnegare il passato e tutto il resto pur di andar contro.
La mia paura più grande è quella di vedere, dopo la fine biologicamente inevitabile del berlusconismo, una sinistra che, tornata al potere, ostracizzi tutti gli ex-berlusconiani, marchiandoli a vita di “peccato mortale” di aver seguito un folle fino alla tomba, emarginandoli in una società da ri-convertire e da ri-battezzare.

di Claudio Landi

“Riguardo alle cose umane non ridere,
non piangere, non indignarsi, ma capire”
[Spinoza]

Le notti di Arcore, il flusso scomposto di informazioni che inonda le nostre case attraverso la carta stampata e i mass media, interpella le nostre coscienze e richiede una riflessione.
Una lettera pone sempre una discreta distanza tra chi scrive e colui che legge, rilevanza tutt’altro che trascurabile per tentare di formarsi un’idea, un qualche pensiero senza essere trascinati dall’ormai incalzante susseguirsi di immagini, video, foto proibite e no, e prediche del giornalista-collettivo assurto a supremo giudice del comune sentire.
Tutto e tutti ispirati da un comune obiettivo: salvare, finchè si è in tempo, le giovani generazioni dalla turpe, oscena, situazione da basso impero cui ci ha catapultati il Premier.
Cosa dire ai propri figli la cui età coincide, anno più anno meno, con l’irruzione sulla scena politica di Forza Italia, del Cavaliere e con la fine della prima Repubblica?
Molti di noi hanno creduto, sperato in un cambiamento ma oggi scorrono davanti a noi piazze, raduni, cortei che temono per l’emergenza democratica, la continuità delle istituzioni e a cui fanno da stridente contrappunto stuoli di belle figliuole dai facili costumi, fiumi di denaro, seratine piccanti, cattive compagnie e chi più ne ha più ne metta, guardiamoci negli occhi, senza abbassare lo sguardo. Probabilmente è d’obbligo guardarsi indietro, ritrovare nel proprio recente passato e in quello di questo Paese il lato oscuro di tanti fenomeni sociali, collettivi perchè siamo facili all’amnesia soprattutto quando è collettiva.
Una società che ha smesso di educare, che ha profondamente minato le istituzioni forti come la scuola, la famiglia, la prima travolta da innumerevoli e spesso insensate riforme e ridotta a “supplire” alle più svariate disfunzioni sociali, la seconda fortemente debilitata dalle “battaglie di civiltà” quali il divorzio o l’aborto. Una società che ha svuotato di significato parole quali sacrificio, lavoro, merito (patrimonio della generazione che ci ha preceduto) consegnando giovani madri e figlie al vortice della spettacolarizzazione forzata, all’evento mediatico e alle sue mostruosità conseguenti: lo scoop, l’audience, il marketing, il tutto condito da scollature, spacchi, tacchi, pizzi. Effetti indesiderati o collaterali di quello che prometteva la “liberazione della donna” da famiglie autoritarie e padri fascisti o madri sottomesse.
Oggi eserciti di madri insegnano alle proprie figlie a posare, a cantare e ad esibirsi, ad inseguire la notorietà, il successo cui anche la televisione di Stato per fare indici di ascolto e fatturato, si è piegata. Quando è iniziato un simile declino? Tutta colpa di Berlusconi e del berlusconismo? e chi vota per lui è forse complice e va rigettato come un corpo estraneo o come un virus infetto?
Come trovo ingenue (finte) le innumerevoli “concite” che si preoccupano delle ragazze di oggi quando è stato fatto credere loro ad allettanti promesse mondane di felicità, successo, denaro, potere a buon mercato.
Alla sinistra ben pensante è sfuggito di mano il cuore pulsante del Paese, o meglio, non ha valutato l’onda lunga della perdita di senso e di valore dell’Autorià, dei costumi, dell’educazione, dell’eccesso di tolleranza cui anch’essa ha contribuito. Ecco le ragioni delle reazioni eccessive che trasformano le tv in aule di tribunali, che deformano la giustizia in giustizialismo e le piazze in rituali di cannibalizzazione del premier e delle sue ninfette. La sinistra non ha colto i frutti che voleva cogliere dalla azione della sua “gioiosa macchina di guerra”.
Tentare una risposta che soddisfi è difficile e sicuramente parziale ma non mi sottraggo a tentarne qualcuna: i quasi vent’anni che ci separano dalla dura esperienza di tangentopoli e di mani pulite non sono tanti, non sono così tanti per guardarli, valutarli con gli occhi della storia, per cui auspico che la politica riprenda il suo ruolo, di ripartire affinchè l’esperienza del centro-destra non venga annientata da una dozzina di mutande.

Marta Landolfi

Sicuramente questi sono i termini esatti per delineare gli aspetti, sempre più controversi, della attuale situazione politica (e soprattutto partitica) italiana. Nell’ultimo periodo c’è stato, riguardo movimenti e partiti politici, un rapido susseguirsi e accavallarsi di convention, assemblee, conferenze programmatiche e chi più ne ha più ne metta. Questo dato potrebbe indurci a pensare che la situazione politica italiana, per quanto variopinta, sia vivace e propositiva. Infatti, in un certo senso, lo è. Lo è diventata dato il fiuto, che hanno un po’ tutti, dell’avvicinarsi delle elezioni anticipate e, si sa, quando la preda è appetitosa i predatori si moltiplicano e si agguerriscono sempre più. La crisi endogena della maggioranza di governo, mal gestita a mio avviso dai vertici del Pdl, ha fatto si che un pezzetto, sempre più consistente, del partito si distaccasse da esso e partorire un altro soggetto politico dal nome da un lato ambizioso e dall’altro poco originale che mira all’attenzione elettiva del ceto medio-borghese liberal. Gianfranco Fini, seccato dalla sua natura di eterno secondo, ha preso l’iniziativa, forse un po’ troppo frettolosa, di abbandonare il Popolo della Libertà, del quale egli stesso fu co-fondatore, di costituire prima un nuovo gruppo parlamentare e poi un nuovo partito politico, a breve darà ordine ai suoi di abbandonare il governo, eppure lui ,nonostante avesse palesemente calpestato la terzietà con la quale è costretto a fare i conti dato il suo incarico, non abbandona né pensa di farlo la carica di Presidente della Camera. D’altro canto un Berlusconi sempre più in difficoltà, affidandosi alla fedeltà dei suoi colonnelli e alla sempre più forte alleanza della Lega, vacilla. Eccome. Sta rischiando, qualora non l’avesse già fatto, di divenire ingiustificabile ed indifendibile agli occhi dei suoi sostenitori per il quale diventa sempre più un peso da trainare che un polo dal quale si è attratti. L’estremo verticismo interno al partito non ha consentito il proliferarsi di una nuova leadership in grado di prendere il posto del capo, fatta eccezione per l’asse Tremonti-Lega. L’abbandono di fini ha sì indebolito l’area di centro-destra prima monopolizzata dal Cav. ma questo problema sarà arginabile alla luce di una eventuale crescita di una alternativa credibile a sinistra, più che quella estrema quella moderata, capace di attirare i consensi di coloro i quali, sempre più disgustati e disorientati potrebbero trovare rifugio nell’area “futurista-centrista”. Il partito democratico però, intimorito da un’eventuale elezione anticipata, invoca il governo tecnico che non ha tanto il sapore di democraticità. I leader del centro-sinistra, non ammettendo che la loro posizione è sempre più minata dall’esuberante Vendola, rischiano grosso cadendo in ambigue contraddizioni, specie quando si parla di legge elettorale. Personalmente ritengo urgente un cambio di rotta in tal senso, abrogando la vergognosa legge attuale e sostituirla con una che sia al contempo più democraticamente rappresentativa del paese (meno distorsione) e più garantista nei contronti dei vincitori (più stabilità). Su questo potremo, forse, esser tutti d’accordo, ma come fare? Cambiare legge elettorale con il governo tecnico, quindi non rappresentativo del popolo precedentemente espressosi alle urne, e presentarsi con nuove regole del gioco alle elezioni? Presentarsi coraggiosamente alle elezioni con queste regole per poi sostituirle nella prossima legislatura? Oppure modificare la legge in questa legislatura, con questo governo per traghettarci verso il nuovo appuntamento elettorale? La prima ipotesi cade in contraddizione perché qualora le opposizioni dichiarino questa legge ingusta non possono provvedere a modificarla con un parlamento eletto con la legge incriminata e perlopiù con equilbri distorti dalla nascita di nuovi gruppi parlamentari formati da onorevoli eletti sotto liste differenti. La seconda , allo stesso modo, porterebbe il paese a decidere la prossima legislatura con una legge indegnamente vigente in un paese democratico, facendoci tornare al punto di partenza. La terza via sembra, a mio modesto avviso, la più praticabile. Le opposizioni potrebbero incontrare una certa disponibilità del governo a trattare una nuova legge elettorale per poi presentarsi alle urne con una legge unanimemente sostenuta e sicuramente la distorsione sarà ridotta rispetto al sistema precedente, favorendo la nascita di una nuova legislatura più rappresentativa e più stabile. La strada che porta al governo tecnico non può dirsi di felici auspici né di sani punti di partenza dato che distorcere così palesemente il voto degli italiani comporterebbe una ulteriore e più grave perdita di democraticità e rappresentatività delle istituzioni che in tal caso sarebbero ancor più distanti dal paese. Andiamo al voto, andiamoci con delle nuove regole discusse e votate democraticamente e apertamente, condivise da tutti o da gran parte dei parlamentari, con serenità e senza inutili rancori, con volti nuovi e con molti schieramenti in gioco salvaguardando le differenze programmatiche di ciascuno da presentare al popolo. Torniamo nelle piazze, scendiamo dai palazzi e usciamo dagli auditorium. Affidiamoci alla libera scelta degli elettori, è l’unico modo per uscire dalla crisi e per vedere davvero quale governo l’Italia merita.

Da mesi non mi dedico al mio blog. La distrazione non mi consente di cimentarmi in elaborazioni varie di carattere politico delle quali ultimamente ci sarebbe forte bisogno.
I miei nuovi incarichi, di dirigente provinciale della  Giovane Italia e quello di Rappresentanza nella mia facoltà, mi spingono “ad essere migliore, con più volontà” (parafrasando Battiato…).
Mi tormenta da mesi l’idea di metteri all’opera per ricercare una nuova via da percorrere per impostare il mio modo di fare politica.
La mia è una lettera aperta a chi come me decide di intraprendere una strada di impegno prima sociale e poi politico nell’area di centro-destra e specificamente (dato che centro-destra significa poco e niente) nel Popolo della Libertà.
Il nostro compito sarà quello di costruire una cultura basata su un patriottismo proiettato verso la Nazione che verrà e non basato soltanto su quello che fu. Saremo noi a costruire la nostra cultura prendendo il meglio di tutte quelle alle quali attingiamo, ed è cosa diversa dai movimenti pre-esistenti che si contruivano già intorno a culture ben definite.

Il celebre storico inglese Gibbon sosteneva giustamente che “Quella pubblica virtù, che gli antichi chiamarono patriottismo, è prodotta dal forte sentimento dell’interesse, che abbiamo nella conservazione e prosperità del libero governo, del quale noi siamo membri”. Se la nostra è una lettura attenta di questo illuminante periodo notiamo con chiarezza che i termini che vengono in risalto sono i seguenti: patriottismo, conservazione, prosperità del libero governo, partecipazione e interesse. Queste sono le parole chiave  e le colonne portanti di quella che dovrebbe essere la nostra Weltanschauung, che non si presi toto corde ad un becero conservatorismo o all’ostinata difesa di una tradizione che mal si adatta a tematiche contemporanee e quindi non utile per comprenderle.
Una forma di patriottismo proiettato verso l’intuizione di ciò che ci aspetta, delle sfide alle quali ci stiamo avvicinando, di quelle odierne e di come risolverle nel lungo periodo.
La nostra tradizione è spesso minata da agenti esterni che tendono sempre più a sostituirsi, imponendosi come nuova realtà in maniera brusca rispetto alle nostre secolari e oramai congenite abitudini. Sono un fervente sostenitore dei regionalismi e per me è di straordinaria importanza salvaguardare le minoranze e le particolarità di ciascuna regione del globo, ferma restando l’importanza di un sentimento nazionale che si situi oltre queste divergenze e che simboleggi il punto di ritrovo di queste.
A noi spetta insistere innanzitutto su questo, cioè sull’importanza di questo sentimento nazionale e sulla rilevanza storica della nostra Unità nazionale magari per meglio comprenderla, per reinterpretarla criticamente, per porre ad essa nuove prospettive.
Un conservatorismo propositivo e filoneista che sia consapevole della necessità di continui rinnovamenti che non siano mai stravolgimenti ma sempre adattamenti spontanei a nuove realtà, a nuovi orizzonti. Non possiamo in nessun caso fossilizzarci su linguaggi atavici e anti-storici. Non  spetta a noi, futura classe dirigente, emulare un passato improponibile ed inattuabile al momento. Noi saremo i portavoci del nuovo, di una nuova forma di destra che sia pronta ad investire innanzitutto l’ambito del sociale con una fitta rete civica di associazioni e movimenti, e poi concentrandosi su una politica pragmatica e stabile basata su una comunità di pensiero e di azione e non sul mero itneresse personalistico.
Apriamoci alla scoperta di nuovi mondi a noi prossimi, allo studio del problema del Meridione, del proletariato inerno ed esterno alla difficile coesistenza nell’ambito internazionale di culture diverse e spesso in conflitto. Abbandoniamo chi ci tenta dall’intraprendere “politiche anti-politiche” (scusate il gioco di parole) che ricadrebbero nel più ottuso e degenerato populismo. Immagino che molti di voi siano discustati e volontariamente emarginati dall’agire politico, ma il mio è un invito a mettersi in discussione, a dire la propria, a partecipare e non solo a mobilitarsi quando le urne chiamano.
Un invito di cuore a dare il proprio contributo ad una politica che vi appartiene e della quale solo noi individui liberi siamo artefici. Dimostreremo che il saper osare e la riluttanza a mollare la presa sono elementi oramai insiti nel nostro dna, filosofie indelebili che accompagnano la nostra vita di ogni giorno.